Comune di Robecco sul Naviglio – Italia

Diario Oreste Rossi e Gianni Maltagliati

A Robecco sul Naviglio il 20 luglio 1944, durante una perquisizione, i nazifascisti si scontrarono con un gruppo di partigiani, nei pressi di una cascina. Ci fu una sparatoria dove  perse la vita l’ufficiale delle SS Peter Kessels  e  rimase ferito un partigiano che poi venne fucilato insieme al padre e al fratello.

A seguito di questo fatto il giorno dopo i nazifascisti – Theodor Saevecke e Walter Rauff con una ventina di SS, e i fascisti della Legione Ettore Muti – devastarono Robecco con perquisizioni e incendi.  Molti uomini furono fermati e radunati sulla piazza, poi divisi in due gruppi: da un parte i più anziani, dall’altra i giovani. Vennero fucilate 5 persone del primo gruppo  mentre cinquantotto dei giovani furono caricati su un camion e condotti al carcere milanese di San Vittore. Da lì 35 furono deportati nel Lager di Kahla  al lavoro coatto per l’industria bellica del Reimhag. Nove non fecero più ritorno a casa

Tra i deportati c’erano Oreste Rossi e Gianni Maltagliati che nei loro diari raccontano di quanto accaduto a Robecco il 20 e 21 luglio, della loro prigionia  in carcere a Milano, del viaggio e, sopratutto,  della loro vita al campo di lavoro di Kahla. Nel diario di Maltagliati c’è anche il racconto di quando nel 1975 sono tornati in pellegrinaggio sui luoghi della loro detenzione.

Per noi queste due  testiomonianze hanno un grande valore perchè contengono tutto il dolore e la sofferenza  di persone che, stappate alla loro vita quotidiana, si trovano costrette a vivere una realtà fatta  di vessazioni e priva dei più elementari diritti della persona.

 Al Walpersberg c’è una targa posta dal Comune di Robecco con la scritta ricavata dal diario di Gianni Maltagliati “Perdonare ma non dimenticare” . Sono parole forti: dopo tutto quello che è successo il perdono non è facile e scontato, a volte quasi incomprensibile, ma è importante per guardare al futuro in modo consapevole. Non dimenticare è un invito alle nuove generazioni perché solo conoscendo, scoprendo e raccontando si può davvero tenere viva la memoria».

Oreste Rossi

Morivano senza dir niente

Mi hanno preso il 21 luglio nonostante avessi l’esonero perché lavoravo in una industria bellica a Milano. L’industria poi è stata bombardata, si è spostata in un altro paese e non potevo più andarci. Allora sono rimasto a casa e sono andato in un’altra fabbrica. Io il 21 luglio ero tranquillo, ero sicuro che mi avrebbero lasciato andare perché non ero un renitente, e allora sono andato fuori ma mi hanno preso, non hanno guardato più né esonero né niente e mi hanno portato via.

Ci hanno portati in piazza e lì hanno fucilato. Poi hanno fatto un discorso in tedesco e l’hanno tradotto in italiano e diceva di ringraziarli perché hanno fucilato solo otto persone invece di dieci.  “Però questi qui li portiamo in Germania a lavorare, questi giovani”. Ci avevano infatti divisi: i vecchi da una parte, i giovani da un’altra parte. Poi siamo stati caricati  e ci hanno portati a San Vittore. Eravamo una sessantina, di Robecco e Cascinazza ma anche persone che passavano di lì perché era venerdì e c’era il mercato ad Abbiategrasso.

A San Vittore ci trovavamo proprio in centro, perché San Vittore è diviso in sei raggi e lì in mezzo c’era un piazzale coperto. Quando siamo arrivati hanno chiesto “Chi vuole andare col prete?” perché c’era lì anche Don Gerolamo. Io volevo andare con il prete, io e Gianni Maltagliati e siamo stati con lui. Abbiamo trascorso a San Vittore diciannove giorni. Tutti avevano un mestiere, un compito: uno spazzava i gabinetti, un altro puliva il corridoio e io sono andato in cucina, con i cucinieri. Io non avevo mai visto una cucina. Noi eravamo nel reparto dei prigionieri politici, erano tutti dottori e avvocati. A San Vittore c’erano anche degli ebrei, in un certo posto e da lì si sentiva gridare perché lì comandavano i tedeschi.

Una mattina ci hanno detto di passare per la visita, lì decidevano chi scartare, come quelli troppo giovani. L’hanno detto subito: non illudetevi, che non andate a casa! Noi si credeva che ci mandavano a casa. Invece noi che siamo stati scelti siamo andati in Germania.[…]

Siamo andati sul camion allo Scalo Farini, a Milano. All’inizio eravamo cinquanta, credo. Allo Scalo Farini siamo saliti tutti sui vagoni. Sul mio c’erano il mio principale, Italo Giacoletti e due di Milano. Siamo lì a parlare, ad aspettare che parta il treno. E si avvicina uno: c’era il papà, la mamma, la donna del principale con i due bambini piccoli. Il tedesco che c’era lì – perché in ogni vagone c’era un tedesco che comandava – si è intenerito un po’ perché era un papà di famiglia e  ha detto al principale: “Vai a prendere l’acqua” , così puoi scappare insomma.  Anche quando siamo andati a passare la visita gli impiegati ci hanno detto: “Non andate in Germani, scappate! Non vi fanno niente se vi prendono, vi portano qui ancora.” Ma il principale ha detto al portinaio dello stabilimento: “Vai tu a prendere l’acqua”. Quello là è andato a prendere l’acqua e invece di scappare è tornato con l’acqua!

Quando siamo arrivati in Germania siamo andati subito a lavorare. C’era una montagna:l’abbiamo forata tutta.  Si bucava, si portava via la terra, si andava avanti a far gallerie. E lì la notte venivano gli stabilimenti, che lavoravano lì sotto perché così erano sicuri dai bombardamenti. Eravamo in Turingia, in un paesino che si chiamava Kahla. E lì eravamo trattati male…Per dormire eravamo in un lager, poi, dato che era troppo pieno, ci hanno portati in un distaccamento, una birreria. Nel salone eravamo in duecento, con i letti a castello, tutti italiani.  Ma non sul lavoro…sul lavoro erano là tutti, russi, francesi, belgi, polacchi…

Mangiare pochissimo, si mangiava una volta al giorno e ogni mese calavano il mangiare. Siamo arrivati al punto di dividerci un panino…un panino! Loro facevano il pane come se fosse un mattone. E si viveva in sei di questo mattone. Un bicchiere, poco più di un bicchiere, di brodo. Quello che lo prendeva per primo, ne prendeva di più: c’era dentro l’orzo, invece del riso. Un solo pasto, alle sei di sera. E si lavorava due turni:quindici giorni di notte, quindici di giorno. Era duro. Era duro anche perché succedevano dei fatti…

Il primo è stato il Lissandrin, lo hanno ucciso e lo hanno lasciato là due giorni. Poi un garzone di Magenta: lo hanno ucciso perché andava a prendere il pane da una famiglia. Noi andavamo a lavorare tutti inquadrati, guai se uno si perdeva in giro. S’é fermato lì da una donna, chiedendo un pezzetto di pane. L’hanno visto, ha preso due giorni di punizione. Vale a dire: noi facevamo la notte insieme a lui, quando si rientrava andavamo a dormire e lui invece doveva far pulizia, tutti i gabinetti, il cortile e via. Ce l’ha fatta due giorni, poi non era più capace. Siamo andati  a lavorare la mattina, lui si è infilato in un pezzo di galleria buio. Un tedesco ha visto che non c’era più, è andato dentro a cercarlo, l’ha visto là…praticamente l’ha quasi ucciso. L’abbiamo portato a casa la mattina noi, la sera era morto. Giovane, eh. Il più giovane che c’era tra noi. Avrà avuto diciott’anni.

Una volta il Filippo Alimann, Allemani, l’hanno preso…Perchè lui si è fermato a riposarsi in una grotta laterale. L’hanno preso. E’ stato via due giorni. Quando è tornato era fuori di sentimento per le botte che gli avevano dato.

E lì si lavorava tutti, tutto il giorno. Dodici ore. Non era proprio un lavoro pesante, perché io ad esempio avevo in mano una pistola ad aria compressa, per spaccare le rocce, ma eravamo là in tre, un quarto d’ora ciascuno. Perché un conto è lavorare in piano, un conto tenerla su in alto, pesava dieci chili quella pistola lì. Non si poteva fare il lavoro pesante…non mi davano da mangiare!

Ai primi momenti sì, dopo hanno iniziato a restringere i pasti. Ci eravamo ridotti così male che pensavamo che non veniva a casa più nessuno. Quando si cominciava a morire, tutte le mattine c’erano là un paio o tre morti. Due, tre tutte le mattine da portare via. C’era là un posto, come un lavatoio, dove si andava a lavarsi, però d’inverno è gelato e non si andava dentro èoù perchè non c’era più acqua, allora là hanno fatto come un deposito di…di  tutti i morti. Quando non ci stavano più, dopo ne prendevano un paio o tre con un carrettino, li buttavano su e li portavano nelle buche.

Dopo arriva un momento cominciavamo a sentire le cannonate, gli americani che si avvicinavano, allora, lì, un po’ il morale veniva su. Perché ormai non si sperava più, tutti quei morti lì…morivano senza dir niente! Come, come se si addormentavano, erano là e pace, non soffrivano, perché erano proprio sfiniti. E a un bel momento ci dice – si sente il tedesco che dice: “Prendetevi meno roba possibile, perché si deve affrontare la marcia”. Alura num em dit: ma, ma cambian ancamò el lager, perché avevamo già provato una volta, ci cambiano il lager perché ci sono qui gli americani. Invece alla sera, perché ogni tanto ci fermavamo per strada perché non ce la facevamo più a camminare, un bel momento è buio, non ci svegliano più, non c’è più il tedesco, siamo rimasti là solo noi: allora abbiam cominciato, uno andar di qui, uno andar di là, tutti per le campagne, e ci siamo dispersi così. Allora siamo rimasti solo in tre, io, il Miglietto Parmigiani e quel portinaio che abitava ad Abbiategrasso.

Noi tre andavamo dentro le case a cercare un pezzo di pane o che ma sempre nei cascinali o così.

Alla fine siamo andati in un paesino, perché un po’ si parlava in tedesco, ma il tedesco non l’avevamo imparato bene, perché eravamo là tutti italiani, si capiva qualche parola. Abbiamo detto: “C’è qualcuno che può aiutarci?”. “Sì, c’è un Dottore, che è italiano” e siamo andati da quel Dottore lì a farci spiegare e scrivere tutti i paesi da passare per andare in Italia. Sarà stato marzo, il principio di marzo. Viaggiavamo con un carrettino. Ma non eravamo ancora in mano degli americani, eravamo così, sbandati, e si sentivano le cannonate e bisognava andarci incontro! Quello là di Abbiategrasso aveva paura , ma alla fine bisogna andarci, no? Ta vot minga andà insema i tedeschi ancamò!

Un bel mattino, siamo arrivati ad una casa e sono entrato, perché non si andava dentro tutti e tre. Vado dentro il cortile, apro il portone, vado dentro…una donna: “Ah italiani!” gridava, io capivo che mi sgridava. Per l’amor di Dio me ne vado! Ma non ho fatto in tempo a fare quattro passi, è venuta indietro a chiamarmi. “Italiano! Kom!”. Vado là, dentro la casa, c’era un tenente, era suo figlio. La mamma aveva paura del figlio! Invece quello lì, il figlio si capisce che le ha detto: “Chi è venuto qui? Devi andare a chiamarlo!”. “Sono andato, mi ha dato la mano : “Italiano?”. Ma non era un tenente delle SS, era un tenente normale. Parlava un po’ l’italiano anche lui: “Come va, come non va…” Eh va bene. Ero lì magro, un telaio, proprio trentacinc chili s’eri, quaranta massimo, un telaio. E m’ha dato una fetta di pane, una fetta di pane bianco! Poi quattro o cinque sigarette e la donna mi ha preparato una scodella, una tolla, piena di zuppa che si usa là, loro la usano, con dentro un po’ di pane e un po’ di lardo affumicato. L’ho mangiata tutta in un attimo eh. Li ho salutati e così sono venuto fuori. Non ho fatto in tempo a fare quattro passi, mi sono trovato con quelli là…un dolor di stomaco! “Mi hanno avvelenato” ho detto. Ma un male di stomaco… “Mi hanno avvelenato, la bestia!”, ho detto proprio così! Che prima mi ha scacciato, e poi… ma da buttarmi per terra e rotolarmi. Erano là a bombardare, bombardavano giù, fuoco di qui, fuoco di là e mi seri là ca ga na pudevi pù. Tutto sudato…m’è passato. Porca miseria! M’è pasà il dulur inscì, mangio ancora, il pezzo di pane che m’aveva dato…Orca, ancora! Allora ho capito:qui è lo stomaco che non riceve niente, non è abituato più a mangiare.

Alla sera del giorno dopo di quel caso lì – noi avevano delle patate, le avevamo raccolte per cucinare con il fuoco, là vicino a una pianta – porca miseria incominciano a bombardare. Non bombardavano gli aerei: erano proprio cannonate, che arrivavano lì, in quel paesino lì, si vedeva quella casa lì andare per aria. Si sentiva proprio il fischio della bomba che arrivava.  Quello là di Abbiategrasso: “Andiamo, andiamo!” Ma no, l’è ura da finila, a ghu dit, se ma ciapan ma ciapan. Oramai, la vita, mi ga tignevi pu, perché veniva il dopopranzo, che mi veniva una pena da cani, mi veniva. Non ero capace di camminare. E allora, vicino alla grondaia, erano là tutti e due: e si sente quel fischio lì che arriva, e allora una metà della pianta dove eravamo a cucinare se l’è portata via. E una scheggia – di legno però, della pianta – è andata là da quello di Abbiategrasso. L’ha colpito ad una mano. Non appena ha visto il sangue, ha cominciato a gridare : “Andiamo! Andiamo!, mi ha trascinato via. C’era una specie di collina, dove c’era una villetta, abbandonata, e lì c’era un fossoun canale…stavamo lì in quel canale lì, giù…e i tedeschi in ritirata si son messi lì, in quel canale lì, a sparar fuori! Ho preso il fagottino, sono andato in mezzo ai tiri  della mitraglia, le cannonate: non mi hanno preso. Sono andato dentro la villetta, sotto il sottoscala. E alla mattina ci si sveglia: “Andiamo? Andiamo!”. Siamo andati giù in paese a veder di cercare qualche cosa. C’era lì un disastro, casse, moschetti…Siamo andati a prendere un po’ di latte e siamo andati in quella casetta là ancamò. Ci siamo messi a prendere il sole e sento parlare un po’ diverso. Vado là a vedere, era un nero. Finalment. Eran gli american. E allora lì l’è incumincià la baldoria!

Gli americani eran grandi, eh! Davano la cioccolata, tavolette…mi hanno preso, mi han portato in un posto, mi hanno dato una cassa di biscotti, quei biscotti quadri, una cassa proprio, eh! E chi la porterà adesso? Non parlavano italiano. “Eh, ve la porto io là”. Era un figlio di italiani. L’han purtà in la casetta, g’han mis dentro la paja e siamo rimasti lì. E quell’americano veniva là la mattina e ci portava giù al villaggio e ci dava sempre qualcosa. M’han dato: un cappello, calzoni, magliette, scarpe…M’hanno dato persino un palletò, ma tutto nuovo, con su ancora i cartellini.

Dopo siamo stati bene, em comincià a sta ben, gli americani ci hanno visti là conciati così, ci hanno messi in un lager  ma eravamo liberi di andare in giro dove si voleva e ci portavano da mangiare. Insomma. Ogni tanto c’era qualche rissa. C’era dentro gente che quando incontrava i tedeschi cominciava a dargli addosso…Io no, io non sono mai andato a rompergli le scatole. C’era là un magazzino, tutto bombardato, e stavo lì, si  passava la giornata lì. Perché io sono venuto a casa alla fine di luglio. Io non sapevo niente dei miei, non si poteva scrivere nemmeno…La scena più bella è lì, quando sono arrivato a casa.

Sono arrivato sino a Verona, poi i treni si fermavano perchè era rotta la linea, ma c’erano i camion dei volontari che portavano al paese. Ho trovato lì proprio un amico, che era lì a lavorare a Milano, dove lavoravo io prima, era di Lodi. Ci siamo abbracciati subito. Io voglio andare a Milano, non a Lodi e allora ci siamo salutati lì. Si arriva a Milano, ho fatto per prendere il tram…il tram no, c’era sciopero. E stavo camminando per venire a casa e trovo la maestra Panara, che era stata proprio la mia maestra. “La Madonna! L’Oreste!” Siamo andati lì a parlare un po’. Poi ho ripreso a camminare. Una sciura: “Lu l’è da Rubec” m’a dit. Era una sfollata che era qui a Robecco e veniva a teatro: “Venite a casa mia, vi do tante cose!”. Sum andà a truala. Poi l’abbiamo salutata e ci avviamo per venire a casa. Non c’era nessuno. E’ passato un carretto, con il cavallo. “Dove va?”. “Vado ad Abbiategrasso”. “Eh, al ma tira su anca num?”. “Sì, sì, sì!”. Orca miseria: salendo in tre, sul cavallo, ‘va no ‘lva no ‘lva no.

Io e Miglietto siamo andati giù. Il terzo rimane su, ma poi deve andar giù anche lui. Giù, camminiamo ancora. Passa un camion. S’è fermà. “Sì, sì, sì” e riparte veloce. Stavamo parlando, sento che frena di colpo: “Gh’è là una machina da travers. Era il Mario Perego. La maestra gli aveva telefonato ed era venuto a prendermi.

La mia mamma : “Sa ta prepari da mangià? Sa ta prepari da mangià?” Sì ormai ero un quintale e qualche cosa, con gli americani… Era venuta su la carne, c’era da meravigliarsi, giorno per giorno veder su la carne! Cosa ti faccio da mangiare? “Mamma, mi fai una bella pulenta e lacc!

20-21 Luglio 1944 di Maltagliati Giovanni

Maltagliati Giovanni detto Gianni è nato a Robecco il 7 Novembre 1926, primogenito di Giulin e di Assunta Magistroni.

Non aveva ancora 18 anni quando in seguito alla rappresaglia per i fatti del 20 Luglio 1944 fu deportato in Germania.

 Il racconto

“Queste le testimonianze di chi ha vissuto una immane tragedia; in tutto il suo orrore fino in fondo; ma la fine non ci sarà mai perché nei nostri ricordi resterà sempre questo segno”.

Il rastrellamento e la rappresaglia nazifascista

“ognuno di noi ha la sua storia da raccontare per il modo in cui fu arrestato: chi tornava dai campi, chi dalle fabbriche, chi dal mercato di Abbiategrasso, chi passava per caso. Questa è la mia storia.

Perdonare ma non dimenticare.

Giorno 20 Luglio.

“alla cascina Tangola vi era un magazzino di stoffa. I tedeschi volevano sequestrarla. Il proprietario per salvare il deposito avvisò i partigiani di Robecco dell’intenzione dei tedeschi. Nella sparatoria restò ucciso un tedesco e venne ferito un partigiano: Luigi valenti. La legge di guerra in quel momento voleva che per ogni tedesco ucciso venissero fucilati dieci italiani.

Il partigiano ferito fu portato dai suoi compagni in un capanno e venne avvisato il coadiutore don Gerolamo Magni per dargli gli ultimi conforti. Don Gerolamo si recò subito dal ferito ma nel ritorno incontrò i militari che lo minacciarono di morte perché rivelasse dove si trovava il ferito. Lui si rifiutò. Mentre lo mettevano in posizione per fucilarlo il dottor De Bonis, medico di Robecco svelò il nascondiglio del partigiano ferito. Nel frattempo giunsero il fratello e il padre del partigiano Valenti Angelo e Valenti Enrico.

I nazifascisti li presero e insieme al ferito li fucilarono e li gettarono nel fuoco che poco prima avevano appiccato al deposito della stoffa. Verso sera sul carro del Bigiu Durin (Mantegazzini Luigi), i tre corpi furono portati al cimitero.”

Giorno 21 Luglio

Al mattino mi recai al lavoro come tutti i giorni alla ditta Tavolazzi di via Pietrasanta, ma all’uscita di mezzogiorno trovai la via invasa da numerosi militari tedeschi e repubblicani che, con i mitra in pugno, mi indirizzarono verso la piazza insieme agli altri operai. Giunto al crocevia con l’attuale via 26 Aprile, tentai la fuga verso la campagna ma giunto all’entrata principale delle scuole elementari sentii una voce che mi intimava di fermarmi. Sempre correndo mi girai e vidi un repubblicano con il mitra puntato verso di me.

Andai a sbattere contro il cancello della scuola per fermarmi più in fretta prima che quello sparasse. Il militare mi raggiunse impugnando il mitra dalla parte della canna per tentare di colpirmi con il calcio e mi accompagnò in via Roma verso la piazza.

Vedevo tanti uomini uscire dai cortili per concentrarsi in piazza: sempre con i mitra alle spalle. In piazza c’erano già parecchi uomini. Mi trovai così in un gruppo con Francesco e Felice Garavaglia e tanti altri amici.

Arrivarono delle camionette dalle quali scesero repubblicani della “Muti” e SS naziste. Piazzarono mitragliatrici all’imbocco di tutte le vie e tre sui gradini della chiesa.

Arrivò anche Locatelli Mario con i mitra alla schiena. Era in mutande, con in mano i pantaloni. L’avevano preso mentre cercava di fuggire assieme ad altri giovani della Corte Grande in via S. Giovanni. Veniva interrogato dal repubblicano che comandava la rappresaglia. Ma si rifiutò di svelare i nomi di quelli che stavano fuggendo insieme a lui e che ci erano riusciti. Lo posero vicino al crocifisso dei padri passionisti per fucilarlo. Mentre preparavano il plotone di esecuzione arrivò anche Staurengo Angelo. Era ferito gravemente e perdeva sangue su tutto il corpo perché era stato ferito mentre fuggiva. Si fermarono e si occuparono di lui. Chiamarono il dottor De Bonis mentre lo portavano in ambulatorio per medicarlo, ma lui tentò di nuovo la fuga. Per questo catturato nuovamente lo riportarono in piazza e lo misero davanti al plotone pancia a terra. Arrivarono anche Pellegatta Ermanno, padre di un partigiano con il cugino. Anche loro furono messi con Staurengo Angelo sdraiati pancia a terra. Nel frattempo Mario Locatelli si era infilato i pantaloni e venne vicino al nostro gruppo (io, Locatelli, Francesco e Felice Garavaglia ed altri, avevamo creato una piccola orchestrina e suonavamo all’oratorio negli intervalli teatrali tra un atto e l’altro). Arrivò in piazza anche il proprietario del magazzino di stoffa, Castellari Giovanni e fu messo con gli altri, pancia a terra.

LA FUCILAZIONE

Chiamarono ancora il Locatelli e lo portarono nel gruppo delle persone da fucilare: erano in cinque e con i tre del giorno precedente, si arrivava ad otto.

Mancavano ancora due persone per arrivare al numero di dieci. Io, come molti, ero preoccupato perché non avevo i documenti che mi avevano tolto mentre mi arrestavano. Invece fu la mia salvezza perché porto il cognome del partigiano Nino Maltagliati.

Avrei potuto essere fucilato come il Luigi Pellegatta per il cognome ed il lontano grado di parentela. Ad un certo momento il cielo si oscurò e si scatenò all’improvviso un violento temporale con acquazzone e raffiche di vento. Nello stesso momento stavano incendiando le case dei partigiani.

Lo scoppio delle bombe incendiarie unito a i tuoni del temporale sembrava la fine del mondo. Il fuoco alimentato dal forte vento si propagava anche ad altre abitazioni. Arrivarono i vigili del fuoco per contenere le fiamme solo nelle case dei partigiani. Avvenne poi la separazione dei giovani dagli anziani. E qui individuarono due giovani che tentavano di andare con gli anziani e li portarono nel gruppo davanti al plotone di esecuzione, formando così il numero completo richiesto.

Il comandante dei tedeschi che assieme al capo repubblicano dirigeva la rappresaglia, salì su un camion con l’interprete e tenne un discorso. Ricordo che tra le altre cose minacciò di bruciare tutto il paese e passare per le armi (Kaput) tutti gli abitanti nel caso avessimo colpito un tedesco.

Vidi scendere in piazza Enrico Colombo e il Berto Damin, repubblicani che si misero a parlare con i due che avevano tentato di andare con gli anziani. Li imploravano piangendo e gridando:―Berto vutum, Enrico salvum‖ e cercando di giustificarsi dicendo che non era loro intenzione di andare con gli anziani; ma si trattava di uno sbaglio. Gettavano ai piedi dei due repubblicani, parecchie banconote da mille lire. Non si ragionava più ma si capiva che si conoscevano tra loro. Il Colombo e il Berto parlando poi con il tedesco riuscirono a toglierli dal plotone e così si salvarono.

Intanto continuava il discorso del comandante tedesco che diceva del grosso favore di fucilarne otto anziché dieci. Secondo lui questo era un favore. Indicò il gruppo di noi giovani: ―Questi li portiamo a lavorare per noi in Germania‖. Poi rivolto agli anziani: ―…E voi andate a casa ma prima assisterete all’esecuzione e così vi farete un pensiero prima di toccare ancora un tedesco‖.

Don Gerolamo che era stato minacciato di morte e schernito con ogni genere di parolacce si trovava vicino al parroco Don Ottavio Sironi. Al momento della scarica micidiale li vidi benedire i fucilati.

Fine terza parte La storia ci insegna …

Un attimo prima dell‘esecuzione il comandante del plotone diede l‘ordine a quei poveri innocenti di alzarsi in piedi e di girarsi perché ai ribelli (così eravamo classificati secondo loro) la fucilazione è alla schiena senza l‘onore delle armi. Pellegatta Ermanno, un attimo prima della scarica si girò verso il comandante del plotone dicendogli: ―Mirè ben parchè se no…‖.

Però io queste parole non le ho sentite: mi sono state riferite da chi era più vicino al plotone. Partì l‘ordine e la scarica. Poi il colpo di grazia alla testa.

Non posso descrivere quello che ho provato nell‘intimo in quel momento. Non ci sono parole per spiegarlo. Subito dopo, mentre gli anziani venivano mandati a casa; noi giovani venimmo caricati su un camion(eravamo in sessanta) per essere portati alle carceri di S.Vittore a Milano. Per tutto il tragitto alcuni tedeschi seduti sulla cabina ci tenevano d‘occhio con il mitra spianato. Tutto questo accadde in meno di tre ore, perché guardando l‘orologio di un campanile, di un paesino prima di Milano, attraverso una fessura del tendone, vidi che segnava le tre meno un quarto.

Varcato il portone del carcere ci sistemarono lungo una muraglia e sentivamo le guardie o i militari andare e venire alle nostre spalle sempre armati.

Ci accompagnarono a due-tre per volta in una rudimentale latrina per i nostri bisogni corporali, sempre con le armi alla schiena. Finalmente ci tolsero da quel muro per portarci all‘ufficio matricola dove si assegnavano la cella e il numero. A me fu dato il 2701. E tutte le volte che i secondini mi chiamavano, questo era il mio nome.

Il primo destinatario di una cella fu Don Gerolamo. Per loro era il ribelle numero uno. Lo insultavano ancora con delle parolacce. Ci chiesero chi volesse andare con lui nella stessa cella: io non esitai un attimo e lo affiancai. Poi anche l‘Oreste Rossi. Così rimanemmo insieme per tutta la detenzione nel carcere. Ci misero un pagliericcio sulle spalle e ci portarono alla cella numero 63. Sistemata la cella, entrò un uomo in tenuta da carcerato che si mise a discutere con Don Gerolamo come fossero due vecchi amici. Ci offrì delle sigarette e ci promise che ne avrebbe portate altre, come fece più tardi. Ci mise al corrente di come poteva essere la vita carceraria, come si serviva il rancio, i trattamenti eccetera. Quando uscì, Don Gerolamo ci disse che era un prete conosciuto in seminario.

Il giorno seguente assegnarono ad ognuno un lavoro. Io fui messo nel gruppo ―scopini‖ che teneva pulito e in ordine il primo raggio e l‘ufficio matricola. Poi i camerini del sesto raggio dove eravamo tutti noi: era il raggio dei detenuti politici.

Da San Vittore al Brennero All’ora dei pasti noi “scopini” andavamo con la gerla a prendere il pane e distribuire il rancio. Erano tutti detenuti a svolgere i lavorio all’interno del carcere e a fare il pa-ne. Don Gerolamo accudiva in dispensa. Rossi Oreste con tanti altri erano in cucina come aiuti cuochi e così via.

Al terzo giorno di detenzione parecchi scopini furono puniti – io ero fra questi – per non aver svelato il nome di un nostro compagno da punire. Era la sera del 24 Luglio e si stava cenando (ricordo sempre: spezzatino con ceci) , entrò l’ufficiale comandante del carcere con l’inseparabile cane pastore tedesco che, quando lui picchiava, faceva la sua parte. Ci assegnò la condanna: cinque giorni in cella singola a pane ed acqua e dormire sul tavolaccio senza pagliericcio con due coperte.

Quando di notte i bombardieri americani ed inglesi venivano su Milano, le guardie spa-ravano in aria per avvisare di spegnere tutte le luci e così si rimaneva nella totale oscurità.

Uno di noi scopini fece un nobile gesto: si addossò la colpa per cui eravamo stati puniti. Ma scoperto che anche lui non era colpevole, fu punito con l’aggiunta di tre giorni senza mangiare. Fu picchiato così brutalmente che per tre giorni sentimmo io suoi la-menti anche di notte. Poi morì. Aveva solo ventun anni e lasciava la moglie e un figlio piccolo.

Al termine della punizione trovai nella mia cella un pezzo di manzo bollito sotto il pagliericcio che mi aveva nascosto Oreste: “Mangialo tutto o fallo sparire perché non deve vederlo nessuno”. Don Gerolamo ebbe il permesso di celebrare la messa tutte le mattine. Così io alla sera, prima che chiudessero le celle, andavo per tutto il raggio a chiedere chi voleva fare la Santa Comunione.

Nella mia cella sulla mensola di legno stendevo un fazzoletto pulito come altarino. Don Gerolamo dopo la messa comunicava segretamente tutti quelli che lo desideravano. Dall’una alle due si usciva nel grande cortile per l’ora d’aria sempre accompagnati dalle guardie armate. Ci si trovava così assieme a detenuti di tutti i raggi. Anche quelli imprigionati per colpe gravissime come gli omicidi. Lì complottavano e studiavano il modo di evadere o altre cose azzardate. Un giorno stavamo scaricando un camion con rimorchio carico di farina per fare il pane. Finito il lavoro, uno dei due camionisti disse: “Chi di voi ha il coraggio di salire sul camion si copra con i sacchi vuoti e lo porteremo fuori”. Due di noi salirono e guadagnarono la libertà. Alla sera, scoperta l’evasione, spararono due colpi di cannone che era il segnale delle evasioni.

Tutto sommato nonostante la prigionia si tirava avanti ma il pericolo incombeva tutti i giorni. Prelevava-no ogni tanto a caso alcuni detenuti e li giustiziavano quando non trovavano i responsabili come nelle rappresaglie fatte a Robecco. Come alle Fosse Ardeatine a Roma uccisero 335 detenuti nelle carceri romane.

A San Vittore restammo venti giorni. Il 9 di Agosto ci portarono allo scalo Farini e ci misero in venticinque per ogni vagone bestiame. Ad ognuno un piccolo pacco di viveri che doveva servire per qualche giorno. Avevano avvisato i nostri parenti della partenza, così vennero a salutarci. Vennero mia mamma e mia zia e mi portarono del cibo per affrontare i quattro giorni di viaggio. C’era tanta gente da Robecco che ci diede anche dei fiaschi di vino. Nei fiaschi avevano messo pezzi di lame di seghetto per poter segare i lucchetti ed eventualmente fuggire. Tra raccomandazione e lacrime venne il momento della partenza. Il convoglio composta da tanti vagoni procedeva a bassa velocità e durante la notte forse si sarebbe potuto anche tentare la fuga. Ma il nostro pensiero andava ai nostri famigliari. Avrebbe potuto esserci una nuova rappresaglia con la vendetta su di loro. Allora abbiamo desistito: “è toccata a noi; cerchiamo di non creare altre tragedie”.

Ci si riposava su mucchietti di paglia e ogni tanto si mangiava un boccone: finché ce ne è stato. Così si arrivò nel Trentino diretti verso il passo del Brennero.

DAL BRENNERO AI CAMPI DI LAVORO

In ogni vagone che di giorno aprivano per qualche metro ci sorvegliava un tedesco armato di mitra.

Il nostro guardiano che parlava un po’ di italiano disse: “Voi scappare… io subito sparare”.

Fermarono la tradotta nei pressi di Bolzano in mezzo a un frutteto. Scesi per i nostri bisogni ci disperdemmo tra gli alberi e Cereghini Claudio con un altro fuggirono. All’ appello per risalire sui vagoni, i sorveglianti si accorsero e spararono tra gli alberi alla cieca. Ma i due erano ormai fuori tiro. Sapemmo poi dopo la guerra che attraverso varie conoscenze nella zona, Cereghini era riuscito a tornare a Robecco rimanendo nascosto in un locale presso il Tavolazzi a confine col muro che porta il dipinto della Madonna.

Delle sessanta persone portate via dal paese il 21 luglio eravamo ora in trentacinque.

Carluccio Noè fu fatto scendere dal camion subito perché indispensabile per la trebbiatura del grano in pieno corso. Da san Vittore fu mandato a casa Pierino Benardi che era del ’27. Poi i due Chiodini: uno invalido, l’ altro non abile alla visita. Il Ceresa sordomuto. Il Puricelli che era vedovo da un mese.

Italo Giacoletti nonostante l’età perché aveva un passaporto americano e Guido Cislaghi furono invece inviati con noi in Germania.

Quindi ventitré di noi per diversi motivi o scartati alla visita, furono mandati a casa

Il convoglio ripartì e di notte varcò il Brennero. Poi Innsbruck e Monaco di Baviera. Vidi questa città molto bella ma già provata dai bombardamenti. Dopo qualche giorno,

di notte arrivammo a Norimberga mentre era in corso un bombardamento aereo. I tedeschi, una volta assicurata la chiusura dei vagoni scapparono nei rifugi lasciandoci muti e pieni di paura così esposti come cose senza valore.

Ritornata la quiete si partì per Waimar.

Arrivammo la sera del 13 agosto-eravamo partiti il 9 e per la prima volta ci diedero da mangiare. Dopo una notte in branda, al mattino ci portarono a Khala dove ci prelevò una impresa edile per condurci su una montagna. Lì cominciò il nostro massacrante lavoro.

Per ognuno, una pala e un piccone. Vi erano già tanti prigionieri al lavoro che dividevano con noi la giornata. Non si sapeva con precisione ma correva voce che eravamo in tredicimila da tutte le nazioni europee. Il lavoro consisteva nello scavare gallerie per il lungo e per il largo in modo che rimanessero sorrette da pilastri di roccia.

Con il tritolo si facevano brillare le mine. Poi con martelli pneumatici e picconi si frantumava e si portava via la roccia dentro vagoncini che correvano su una piccola rotaia verso l’ esterno.

C’ erano dei crolli improvvisi e le conseguenze erano feriti e anche morti.

La montagna scavata per 40 chilometri doveva sostituire le fabbriche che venivano continuamente bombardate . La cima della montagna era stata spianata e si diceva che dovesse servire come pista per aerei e per il lancio dei famosi missili V1 e V2.

Il lavoro era continuo; diviso in due turni massacranti di 12 ore di giorno e di notte. Si cambiava turno ogni 15 giorni.

Eravamo sistemati in un vecchio garage per qualche mese dormendo su poca paglia per terra e poi al lager di Rissnec. Qui c’ erano le brande a castello e si dormiva su pagliericci pieni di pidocchi. Era un inferno anche nei momenti di riposo. Si mangiava una sola volta alle 17 o alle 20 a seconda del turno di lavoro. Il sistema era studiato per sfruttare con poca spesa fino alla consunzione la persona , per poi lasciarla morire e sostituirla con altre braccia fresche.

…NON TORNAVA PIU’ NESSUNO

L’ unico pasto giornaliero consisteva in un mestolo di minestra d’ orzo e crauti e un filone di pane scuro da un chilo e mezzo da dividere in tre. Dopo qualche mese il filone di pane diventò da un chilo e due da dividere in otto. Nel dividerlo si litigava perché le porzioni non sembravano mai uguali e la fame era tanta appena finito di mangiare quel poco….Dovevi stare fino alla sera del giorno dopo prima di mettere qualcosa in pancia.

I tedeschi mobilitavano tutto e tutti per le guerra e il nostro lager era un salone di una vecchia birreria e prima ancora era stato un teatro. Ci stavamo in 133.

La galleria del nostro lavoro distava dal lager tre-quattro chilometri. Tutti i giorni con qualsiasi tempo e senza alcun riparo, dopo l’ appello si partiva sempre accompagnati dai sorveglianti.

Durante il tragitto Emilio Parmigiani diceva il Rosario e tutti in coro partecipavano. Così anche la sera nella camerata. La fame arretrata sempre presente ci spingeva a correre gravi rischi. Vicino al lager c’ era una fattoria e per la fame oltre ogni limite andavo in questa famiglia dove una donna che io chiamavo mamma mi dava quasi sempre un pezzo di pane e ogni tanto una patata.

Una sera elusa la sorveglianza vi andai con Angelo Malini e Luigi Magna. Ma la donna non ci diede niente facendoci capi-re che era stata minacciata dai “pulizea”, la milizia locale. Stavamo ritornando al lager ma appena fuori dal cortile della fattoria, due pulizea armati di randello ci assalirono. Sentii un forte botto tra collo e schiena e il randello si spezzò in due. Io e Malini di corsa tornammo al lager ma Luigi Magna con le gambe e i pedi malati non poteva correre: rientrò massacrato di botte.

C’era un’ altra casa dove viveva una vecchietta sola (la chiamavamo nonna) perché i figli erano al fronte. Io e Felice Garavaglia andavamo a prepararle la legna. Ci dava una scodella di minestra d’ orzo e patate. Andavamo anche a cercare da mangiare tra le immondizie e i letamai : più che altro bucce di patate che poi dopo la pulitura portavamo sul lavoro di notte. Qui l’Oreste Rossi, rubando la corrente le cuoceva su un rudimentale fornello.

In galleria il lavoro era massacrante. Per ogni turno dovevamo caricare 125 vagoncini per ogni gruppo. Poi si mandavano fuori con una mini-locomotiva. I sorveglianti obbligavano a questo volume di lavoro. Uno di loro, forse il più crudele era soprannominato “la belva”. Aveva sempre tra le mani un randello e una lanterna ad acetilene e picchiava per un nonnulla.

Il 25 gennaio 1945 mi portarono in infermeria con la febbre altissima e dopo 5 giorni mi trasferirono all’ ospedale che consisteva in una baracca costruita in legno. Dopo tre giorni di incoscienza mi trovai in un lettino e mi dissero che avevo con-tratto il tifo. Mi curarono come si poteva in quei momenti e dopo 56 giorni mi mandarono al lager che distava 10 chilometri. Quando arrivai fui accolto festosamente dai miei compagni che mi credevano morto. Ripresi il soli-to lavoro: era il 19 marzo, il giorno di San Giuseppe. Pochi giorni dopo morirono Carlo Nebuloni e Mario Cavallazzi . Li portammo nel lavatoio che era il nostro “bagno” avvolti nelle coperte .

Tutte le mattine passava un camion che faceva il giro dei sette lager e caricava i morti come fossero dei tronchi d’ albero. Ormai morivano 20-25 detenuti ogni giorno. Quasi tutti per il grave deperimento organico. Eravamo all’ estremo del-le forze. Se fosse durata ancora qualche mese non tornava più nessuno.

DALLA PRIGIONIA LIBERAZIONE

Un giorno molti tra noi di Robecco fummo prelevati per spostare un deposito di patate conservato al riparo dal gelo durante l’ inverno. Con un sacco a testa li portavamo al magazzino a circa 500 metri di distanza facendo la spola tra un sacco e l’ altro e l’ altro. La fame aumentava sempre più e così nascosi 4-5 patate negli indumenti. Fui scoperto e dopo avermi preso le impronte digitali mi portarono sotto scorta di un pulizei, in un caseggiato di 4-5 piani. Mi fecero salire all’ ultimo piano e appena dentro un locale sentii randellate in tutto il corpo. Erano in due che mi colpivano continuamente mentre io cercavo di proteggermi la testa e il viso con le mani. Passato questo orribile momento mi consegnarono ad un altro gruppo di detenuti mai visti con l’ ordine di assegnarmi i lavori più massacranti del cantiere.

Dopo qualche ora ero allo sfinimento: non ce la facevo più. Tentai fuga…..ci riuscii e mi ritrovai assieme a tutti noi di Robecco. Questo accadde nei primi giorni dell’ Aprile 1945, poco prima della liberazione del lager.

Tanti fatti analoghi accadevano continuamente: la fame ci spingeva a commettere gravi imprudenze senza pensare alle conseguenze e al grande pericolo al quale andavamo incontro. Nei giorni successivi capimmo che la sorveglianza veniva sempre meno e nel pomeriggio dell’ undici Aprile non vedemmo più nessuno dei nazisti che ci avevano tenuti prigionieri.

Un tedesco ci disse “Vech i Itali”…andate in Italia. Allora capimmo che la liberazione era arrivata. Infatti da un po’ di giorni si sentiva tuonare il cannone dal fronte americano e russo.

Cominciò così il massacrante viaggio verso casa. Ognuno di noi radunò qualche indumento sempre pieno di pidocchi, in qualche coperta e infilato un ramo portammo in spalla il misero fagotto.

Camminammo tutta la notte e il giorno seguente senza mai fermarci ci trovammo nella confusione solo in tredici del nostro gruppo di Robecco.

Non sapendo che direzione prendere ci orientammo secondo la ritirata dell’esercito tedesco. Ma sarebbe stato meglio se ci fossimo fermati perché quelli non in grado di camminare furono accolti dagli americani, tenuti contumacia per un paio di mesi e rimessi in sesto con tutto quello che serviva essere poi mandati a casa.

Le ferrovie erano quasi tutte fuori uso. Se qualche treno viaggiava per pochi chilometri cercavamo di salire mettendoci anche sui respingenti tra una carrozza e l’ altra col pericolo di cadere sotto.

Un giorno nei pressi Of uno di questi treni fu attaccato dagli aerei americani : mentre la contraerea sparava noi ci rifugiammo sotto i vagoni e per trenta minuti fu una terribile battaglia.

Tornata la calma ripartimmo. Quasi sempre a piedi affrontando ogni genere di pericolo arrivammo a Innsbruck trentotto chilometri dal Brennero cercando di passare nei boschi di pini per ripararci dai bombardamenti a dalle azioni guerra. Per sopravvivere si mendicava qualche patata o pezzo di pane alle porte quella gente contadina che in mezzo a quelle montagne faticava sbarcare il lunario. Cucinavamo anche le erbe che si trovavano in quella zona accendendo dei piccoli fuochi nei fossi. Correva voce che nella città ci fosse una delegazione che rilasciava dei permessi a noi reduci per rientrare in Italia. Invece ci fornirono dei documenti per riportarci indietro a lavorare per loro.

Dopo una trentina di chilometri il treno si fermò di notte e così scappammo per tornare a Innsbruck ognuno per proprio conto. Così il nostro gruppo rimase con tre persone: io, Valenti Andrea e Lorenzani Luigi. Restammo lì per una settima mangiando patate e lumache che in quei giorni di pioggia abbondavano poi finalmente decidemmo di varcare il passo del Brennero.

Maltagliati Gianni

RITORNO A ROBECCO

Scendendo verso Fortezza e Bressanone arrivammo di sera a Bolzano, la prima città che organizzava un ritrovo ristoratore per tutti i reduci che rientravano dalla Germania. Ne approfittammo anche noi. Era la mensa aziendale per gli operai della fabbrica di magnesio. Vi rimanemmo tre giorni mangiando finalmente da persone civili. Saputo che un automezzo stava partendo verso la nostra direzione vi saltammo sopra mentre era già in movimento. Luigi Lorenzani non fece in tempo . Lo perdemmo di vista per ritrovarci a Robecco dopo qualche settimana. In parte con mezzi di fortuna e con tanta strada a piedi giungemmo al passo della Mendola a 1300 metri circa di altezza. Salimmo con la teleferica a rotaia e scendendo poi verso fondo incontrammo un giovane tedesco che saliva a piedi con la bicicletta per mano. Andrea mi disse: “Se prendiamo noi la bicicletta possiamo risparmiarci un po’ di strada a piedi”. Ma ci mancò il coraggio. Questo povero ragazzo che avrà avuto la mia età era anche lui una vittima della guerra. Frugò in tutte le tasche per darci un pacchetto di sigarette intero. Lo ringraziammo e lo salutammo. Nevicava a grandi fiocchi. Giunti a Fondo incontrammo Mario Terraneo della Colombaia : fu un momento bellissimo ritrovarsi in quella circostanza. Anche lui rientrava dalla Germania e fu provvidenziale il regalo delle scarpe che mi fece per sostituire le mie che “imbarcavano” neve da tutte le parti. L’ indomani proseguimmo verso il passo del Tonale a oltre 1800 metri. La neve raggiungeva il mezzo metro. Scendevamo tra i campi scivolando e strisciando sul sedere. Arrivammo a Ponte di Legno incontrando gli ultimi tedeschi in ritirata. Erano i primi giorni di maggio e scendevano da quelle montagne tanti partigiani che vi avevano combattuto da mesi. Fu una visione tremenda: scovavano nazisti e fascisti che tentavano di mescolarsi tra noi reduci e se riconosciuti li mettevano davanti al plotone d’ esecuzione. Sempre con mezzi di fortuna e ancora tanta strada a piedi giungemmo a Brescia. Era la mattina del 5 maggio: sfilavano per le vie i carri armati

americani. Si festeggiava la liberazione e tutta la popolazione osannava. Cominciai a pensare che per sera potevo arrivare a casa: quella casa che avevo lasciato l’anno prima. Un tempo che mi era sembrato una eternità. Sempre col Valenti Andrea , passando per Cassano d’ Adda arrivammo a Milano. Prendendo il tram che portava ad Abbiategrasso trovammo un signore di Robecco: Felice Bollini. Ci disse che pensava lui ad avvisare i nostri famigliari arrivando prima di noi. Dopo un momento arrivò un camion di partigiani: tra loro ricordo Luigi Pastori con tanti altri.

Ci portarono nella nostra piazza gremita di gente che ci aspettava e dopo tante strette di mano e saluti mi portarono all’ inizio di strada Passavone dove mi aspettavano tutti i miei familiari. Non è possibile descrivere cosa si prova in momenti come quello. Tra lacrime ed abbracci il cortile di casa mia si riempì di zii, cugini, amici e conoscenti. Infine mia mamma mi disse di entrare in casa.  “Portami per favore un secchio d’acqua – si faceva il bagno così in quei tempi e qualche indumento per cambiarmi perché i miei vestiti stracciati sono pieni di pidocchi” le dissi. Mia mamma piangendo mi portò tutto l’occorrente pulito e stirato che aveva già preparato. Fatto questo mi sembrava di vivere in un altro pianeta. Entrai in casa: mai l’avevo vista così bella ed accogliente. Ho quasi 86 anni e sto ancora raccontando di questa orrenda tragedia. Ci sono persone anche giovani che non l’hanno conosciuta e la vorrebbero conoscere anche nei particolari più piccoli. Nella mia mente è ancora presente e nitida come fosse ieri. Siamo solo due superstiti, io e Angelo Malini di Magenta: lo considero come un fratello. Posso dire ancora una cosa: questa tremenda avventura nella mia vita mi ha “dato una scuola” che nessun maestro può dare. Ringrazio sempre il Creatore per avermi dato la speranza, il coraggio e la forza per superare i momenti più difficili ma non sarò mai in grado di ringraziarlo come meriterebbe: Lui è sempre al nostro fianco e non ci abbandona mai.

In ordine di età in piedi da destra: Maltagliati Giovanni, Luigi, Alessandro, Angela, Mariuccia, Giuseppina, Alfonso, Carla, Gabriele, Ottavio, Gaetanina. Seduti: Papà Angelo, Nonna Tunesi Marietta, Mamma Magistroni Assunta.

In seguito all’interesse suscitato dai ricordi sulla deportazione delle persone arrestate per i fatti del 20 luglio 1944, ci sembra significativo proporre anche il diario di viaggio tenuto da Gianni Maltagliati durante il pellegrinaggio organizzato dalla Associazione famiglie caduti e dispersi in Germania nel maggio 1976. Al pellegrinaggi partecipò il sindaco Beniamino Merlo.

Dal diario di Gianni Maltagliati.

27 maggio 1976.

Ritrovo a Magenta in piazza mercato alle ore sei e trenta. E’ presente il sindaco di Magenta che ci consegna alcuni tricolori da depositare nei vari campi che visiteremo e per augurarci la buona riuscita del pellegrinaggio. E’presente anche il coadiutore don Giovanni che impartisce la benedizione. Si scattano le prime foto e Oreste Rossi inizia a filmare.

Partenza alle sette e quindici con tanti auguri da parte dei numerosi parenti presenti.

Sul torpedone il sig. Borsetti Carlo, segretario dell’associazione presenta i partecipanti per una buona conoscenza tra noi. Si prosegue verso Como e la Svizzera e alle ore nove e cinque si giunge al passo di Monteceneri a 559 metri dove è visibile l’antenna RAI.

Dopo una serie di tornanti tra montagne e nevai ecco il passo del San Gottardo a 2091 metri. Nevica e la temperatura è rigida. E’ uno spettacolo meraviglioso e lo ritroveremo anche nelle riprese filmate. Ai lati della strada e sulle montagne adiacenti si vede solamente neve. Poco avanti scendendo verso Andermatt si entra in un banco di nebbia con visibilità minima.

Alle 11 e 50 siamo in questa località a 1400 metri di altezza e pranziamo all’Hotel.

Alle 13 e 25 partiamo per Basilea, seconda città della svizzera con oltre 200.000 abitanti dove arriviamo alle 17. Ci sistemiamo in Hotel e visitiamo il centro storico con il famoso porto sul Reno.

28 maggio.

Partenza per Heidelberg con cielo terso e giornata di sole. Dopo qualche chilometro si entra nella Germania ovest. Alla frontiera solo un veloce visto alla lista dei partecipanti presentata dall’accompagnatore. Si prosegue sull’autostrada attraversando una vasta pianura per circa 300 chilometri tra bellissime colture verdeggianti, incontrando pochissimi centri abitati. HEIDELBERG, città incantevole ritenuta la culla del romanticismo tedesco. Ne visitiamo alcuni quartieri e la vedremo anche nei filmati e nelle fotografie. Si riparte alle 15.10 e alle ore 19.55 si arriva alla frontiera di WARTA per l’ingresso in Germania orientale. Salgono dei doganieri , controllano uno ad uno i passaporti e ritirano alcuni giornali. Fanno compilare dei moduli. Finalmente alle 20.50 si riparte per HERFURT nella TURINGIA dove si giunge alle ore 22. All’hotel Erfurterohof ci attende un funzionario che non ci lascerà più per tutto il nostro soggiorno in Germania est. Prima di consegnarci le chiavi delle camere dobbiamo consegnare altri moduli e finalmente verso le ore 23 si va a tavola per la cena. Dopo aver tracciato un sommario programma per il giorno seguente con il consenso del funzionario possiamo coricarci….

29-5-1976

Ore 8: breve intervista con il direttore del campo di concentramento di BUCHEN-VALD che ci aveva raggiunti in Hotel.

Naturalmente le domande sono di carattere politico e sui costumi del suo paese. Risponde ad alcune domande ma per al-tre con un sorriso ironico, dice che non può rispondere.

Arriviamo al campo alle 9 e 45 e all’ ingresso troviamo una guida che ci narra tutto sul lager.

Seduti attorno ad un plastico che rappresenta in miniatura il campo in quegli anni ascoltiamo attenti. Si notano le baracche divise secondo la nazionalità e il lavoro dei prigionieri poi passiamo alla camera dove avvenivano le uccisioni. In questo campo vennero uccise 55.000 persone e quasi tutte con lo stesso metodo: si fingeva una visita medica per il rimpatrio.

Le SS si presentavano col camice bianco come fossero veri medici, in questo locale arredato come un ambulatorio e facevano appoggiare i detenuti ad una staccionata per misurarne l’ altezza. Da un foro nella parete un sicario sparava alla nuca con la pistola freddandoli barbaramente. I poveri uccisi venivano por-tati dentro grandi bacinelle nel vicino locale dove bruciavano sei forni crematori. Durante questa macabra azione, i tedeschi facevano suonare della musica per confondere il rumore degli spari e le eventuali grida dei poveri sfortunati.

Dopo aver visitato altri locali di sofferenza e di dolore entriamo in una camera dove si compiva una azione tra le più crudeli.

Su di un basamento piastrellato venivano messi e uccisi con una iniezione i prigionieri che portavano tatuaggi sulla pelle. Le parti tatuate venivano rasate, tagliate e conciate per farne portafogli e paralumi per i capi nazisti dei lager.

Il nostro accompagnatore si commuove e noi con lui fino alle lacrime.

Visitiamo un lungo corridoi con celle piccole. In una di queste tre italiani vennero barbaramente uccisi a sole trentasei ore dalla liberazione del campo.

Deponiamo il nostro tricolore e sostiamo un attimo in raccoglimento.

La liberazione del campo avvenne il 19 aprile 1945 e l’ orologio della torre venne fermato in quel momento: ancora oggi segna le tre e quindici.

A qualche centinaio di metri dal campo venne eretto un monumento in memoria di tutti i caduti di tutti i campi di sterminio e di concentramento e di tutte le stragi e rappresaglie naziste. Vi è anche la scritta “Fosse Ardeatine”.

In questa località vennero sepolti migliaia di detenuti quando i forni non bastarono più.

Partenza per WEIMAR dove visitiamo il cimitero della città con le tombe di GOETHE, SCHILLER e NIETZSCHE (…).

Partiamo poi per KALA, meta principale del nostro viaggio. Arriviamo alle 15 e 15 per l’appuntamento col sindaco della cittadina che si è offerto di farci da guida.

Ci rechiamo nei luoghi dove io e i miei compagni di sventura abbiamo passato quei terribili tempi di 30 anni fa. Riconosco subito quella strada e man mano avanzando si fanno più nitidi i ricordi che il tempo aveva leggermente offuscato. Sostiamo davanti alle lapidi erette per ricordare il sacrificio di tante vite umane e qui si svolge una mesta cerimonia in loro onore. Offriamo al sindaco di Kala il nostro tricolore contraccambiato con il simbolo della sua cittadina. Siamo tutti commossi nel sentire le parole del sindaco tradotte dall’ interprete. Ci dice che siamo la prima comitiva italiana che si è recata in questi luoghi e che qui accanto a queste lapidi, tra tanti altri caduti giacevano 450 italiani.

Tutti questi caduti –certamente Dio li avrà in gloria- erano nostri compagni di lavoro e tutti i giorni si recavano al lavoro al tunnel percorrendo diversi chilometri. Anche qui facciamo dei filmati e scattiamo fotografie che rivedremo a casa. Ci rechiamo quindi a Risenek, al nostro campo di trenta anni fa, luogo di sofferenza e di morte. Col permesso del proprietario entriamo nel locale che fu il nostro dormitorio. Individuo subito dove era posta la mia branda e ad una ad una quella dei miei compagni. Mostriamo ai parenti dei caduti dove dormivano e morirono i loro cari. Sostiamo qualche momento in raccoglimento ma la commozione raggiunge il limite e ci costringe ad uscire. Alla destra di quel cortile vi è ancora quella specie di rustico che a quel tempo serviva per fare le pulizie ai nostri corpi martoriati anche dai pidocchi e dove depositavamo in una coperta i corpi esanimi dei nostri compagni che morivano. Alla sinistra vi è ancora l’ albero in piena vegetazione dove ci mettevano per fustigarci e altre punizioni.

In mezzo al cortile ora vi è un’aiuola : era il punto dove tutte le mattine e tutte le sere ci radunavano per l’ appello con qualsiasi temperatura e qualsiasi tempo prima e dopo il lavoro.

DIARIO DI UN PELLEGRINAGGIO IN GERMANIA

Nel paese di Risenek.

Questo posto è rimasto esattamente come quel tempo: poco o niente è cambiato. Si intravede persino il canaletto nel quale scorreva un palmo d’acqua e del quale ci servivamo a quel tempo.

A 50 metri dal lager vedo l’ingresso di un cortile nel quale, una sera ci eravamo recati col compianto Luigi Magna per mendicare da una famiglia, un pezzo di pane o qualche patata.

Uscendo quella sera fummo aggrediti selvaggiamente a legnate da due pulizai che ci avevano spiati.

Ci rechiamo con Oreste e Miglietto in una famiglia di brava gente presso la quale il nostro Italo Sangalli a quel tempo lavorava come sarto. E per qualche tempo dopo la guerra ci fu anche

corrispondenza. L‘ accoglienza che ci fanno è qualcosa di commovente. Testimoniata anche dalle foto e dai filmati.

Percorriamo quindi la strada che ogni giorno e con qualsiasi tempo portava al tunnel.

Appena visto quel ponte pericolante sospeso da funi metalliche e ora chiuso perché di fianco ne fu costruito un altro, ci prende una emozione che ci costringe a ripercorrerlo ( Oreste addirittura di corsa ). Lo fotografiamo e lo filmiamo ricordando come barcollanti per la stanchezza cercavamo di tenerci in piedi trenta anni fa attraversandolo.

Il tempo stringe: è quasi sera. Non è possibile visitare il campo di lavoro. Passando vediamo ancora l’imbocco del tunnel che portava sotto la maledetta montagna costata la vita a tanti nostri compagni.

Partiamo per Norimberga per la cena e il pernottamento.

30 maggio 1976 (….) Partenza per il campo di concentramento di Dachau che si trova a pochi chilometri da Monaco.

Visita al campo e al museo con la proiezione del film che documenta gli atroci misfatti compiuti dalla SS in questo luogo.

Fu costruito subito nel 1933 con la presa del potere dei nazisti. I primi detenuti furono oppositori del regime come politici, religiosi, ebrei…

All’inizio poteva contenere solo 5000 detenuti ma si dimostrò subito troppo piccolo e nel 1938 gli stessi prigionieri furono costretti a costruirne uno più grande.

Secondo le registrazioni vi passarono 206.000 persone ma molte non furono registrate.

All’inizio le 15 baracche contenevano ognuna 208 detenuti ma con l’occupazione nazista dell’Europa vi affluirono così tante povere vittime che ogni baracca conteneva 1600 persone.

Gianni Maltagliati

MEMORIA DI UN PELLEGRINAGGIO IN GERMANIA

CONCLUSIONE

Il campo di Dachau è recintato da un filo spinato che all’ epoca era elettrificato. Chi si avvicinava a meno di otto metri veniva colpi-to dalle sentinelle. Aveva un unico ingresso e nel mezzo del cortile la scritta in tedesco :”il lavoro rende liberi”.

Mattina e sera con qualsiasi tempo avveniva l’ appello dei detenuti sul piazzale. Le evasioni di qualcuno davano luogo a punizioni per tutti che duravano anche una notte e mezza giornata. Il filo spinato e le mura era-no illuminate a giorno durante la notte. Il forno crematorio costruito nel 1940 fu sostituito da uno più grande nel 1942 perché non bastava. La camera a gas non fu usata: i deportati venivano trasferiti al castello di Harteim nei presi di Linz e in altri campi.

Una baracca serviva per le punizioni: fustigazioni, torture al palo, fucilazioni….Non è possibile descriver e tutto….ovunque si ve-devano luoghi di sofferenza e morte.

31 maggio 1976: partenza da Monaco attraverso una bellissima pianura di circa 140 chilometri. Ecco Innsbruck capoluogo del Tirolo in fondo ad una magnifica conca costeggiata da bellissime montagne . Parecchie sono coperte di neve.

Torna un ricordo di quei giorni del 1945 quando cercavamo lumache e trovammo due filoni di pane da un chilo e mezzo nascosti nella siepe. Ritrovamento che avvenne per tre giorni consecutivi. Io e Valenti Andrea li mettemmo nel tascapane …. Per tutto il viaggio di ritorno ho sempre pregato sant’ Antonio perché non ci mancasse un pezzo di pane o qualche patata. Per me e i miei compagni era come la manna per Mosè e il suo popolo durante l’ esodo. I ricordi si affollano alla mente….

Bussando ad ogni porta, mendicando, abbiamo sempre avuto qualche pezzo di pane. Ma trovarlo così…. Mi è sembrato misterioso. A casa poi mia mamma aveva saputo dai reduci arrivati prima di noi che eravamo per strada e anche lei faceva la mia stessa preghiera a sant’ Antonio Un mistero che non possiamo decifrare. Io penso che qualche brava persona per ispirazione soprannaturale vedendoci tutte le mattine cercare lumache, abbia avuto compassione. Ancora oggi ringrazio il Signore.

Eravamo in quattro: ci siamo uniti in quel pezzo di strada nei pressi di Edolo. Un mattino camminando alla periferia del paese, bussiamo come al solito ad una casa di agricoltori per mendicare qualcosa da mettere sotto i denti ( la fame arretrata era protagonista).

Ci aprì un signore dall’ aspetto austero che senza parlare ci fissò negli occhi per qual-che minuto e poi disse: “Entrate”. Ci portò in un grande locale- poteva essere un magazzino o un granaio.

Gianni Maltagliati

Quell’ uomo così severo ci disse di entrare portandoci in un grande locale dove si trovava il raccolto della campagna.

Ci indicò un sacco di farina di granoturco chiedendoci : “Chi sa fare la polenta ?”.

Feci un passo avanti: “Io ne sarei capace”.

“Prendi la farina da questo sacco e col setaccio (sidas) togli la crusca”.

Poi mi diede un grande paiolo di rame e l’ occorrente per fare la polenta compresa la “canela”, quel bastone di legno ricurvo per girarla.

Così presi un quarto di farina senza setacciarla-circa tre chili- versandola alla bollitura dell’ acqua.

Dopo una mezzoretta venne ancora quel signore con una forma intera di taleggio fatto da loro-sarà stato un paio di chili-che mise su un tavolo rudimentale con un grande tagliere per versarci la polenta e se ne andò. Versai la polenta con l’ aiuto di Andrea Valenti. Con un coltello feci una croce sa quella polenta e sul taleggio. Così rimase razionata la porzione per ognuno di noi. Mangiammo a sazietà tutti senza lasciare una briciola.

A questo punto il signore dall’ aspetto ruvido ma con il cuore d’ oro e generoso si sedette tra noi per sentire un po’ della nostra storia.

Passarono alcune ore. Dopo averlo ringraziato di vero cuore e salutato con abbracci e strette di mano, riprendemmo il nostro cammino con più vigore e forza. Così terminano i ricordi di quel periodo suscitati dal nostro pellegrinaggio.

Ma riprendiamo il nostro viaggio di ritorno col bus che fa una breve sosta nei pressi di Brescia.

Alle 22 e 20 siamo a Magenta. Ad attenderci molti famigliari ed amici dei partecipanti al pellegrinaggio.

Una stretta di mano e un arrivederci per tornare commossi e contenti alle nostre case.

Gianni Maltagliati

 

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